LA RACCOLTA DELL'ACQUA
di Vincenzo Iurilli

Il territorio delle Murge è caratterizzato, per la sua natura carsica, dall’assenza di flussi idrici superficiali. Infatti, le valli, attive in tempi remoti, sono ormai asciutte, mentre il reticolo idrografico si è evoluto nel sottosuolo, convogliando le acque meteoriche verso una falda profonda, una riserva raggiungibile e sfruttabile solo con le moderne tecnologie.
Con questa peculiare evidenza, aggiunta alla scarsa piovosità, i nostri antenati sono riusciti a convivere adattandosi alle condizioni ambientali e riuscendo a creare ingegnosi sistemi di raccolta delle acque piovane.
Tra questi, dobbiamo innanzi tutto citare l’onnipresente cisterna, elemento costruttivo comune ad ogni angolo del nostro territorio, sia urbano che rurale. Ma, per far raggiungere la cisterna all’acqua, il paesaggio si è arricchito di grondaie in pietra o terra cotta, canali, terrazzi, tetti spioventi in chianche o tegole, vaschette di decantazione.
Naturalmente con l’accortezza di ubicare tali opere non solo in corrispondenza delle abitazioni, ma in particolare, soprattutto le più grandi, in modo da intercettare i deflussi superficiali lungo le linee naturali di impluvio. Le acque che scorrono lungo i versanti e si incanalano nelle lame, prima di infiltrarsi nei vuoti carsici del sottosuolo, vengono così catturate in canali e cisterne. Dapprima riempiendo vaschette superficiali, dove lasciano sedimentare le particelle solide trasportate, e quindi tracimando da quelle nelle cisterne. In alcuni casi erano stati costruiti dei veri e propri sistemi di depurazione dell’acqua a due stadi, per le particelle grossolane e quelle fini, in modo da far affluire nella cisterna l’acqua pulita.
Il sistema di raccolta dell’acqua non era però costituito dai singoli elementi tecnici, ma era piuttosto parte di ogni tecnica costruttiva, allo scopo di sfruttare al massimo ogni lavoro per quel fine. Qualunque lavoro di pavimentazione aveva come seconda, o prima, funzione quella di convogliare acque piovane. Nei paesi come nelle campagne. E se una dotazione privata di acqua era prevista necessariamente per ogni ambiente costruito, non mancavano opere maggiori per riserve idriche collettive; tali erano ad esempio la gran parte delle grandi cisterne poste lungo le vie di comunicazione ed i tratturi.
Lo sfruttamento capillare delle scarse piogge pugliesi, si realizzava oltre che con le opere orientate più direttamente alla raccolta, anche con l’adozione di sistemi che proteggessero dalla facile evaporazione, soprattutto nella stagione calda. In particolare si deve notare come tutto il complesso delle opere in pietra a secco funziona da condensatore di umidità proprio nella stagione calda, oltre che con la riduzione dell’insolazione sulle masse di roccia e suolo. Se l’esistenza di strutture costruite appositamente per favorire il fenomeno della condensazione del vapore dell’aria in pozzi, analogamente ad altre regioni aride, è un’ipotesi, è pur vero che ogni specchia, trullo, muretto, funziona da involontario accumulatore di umidità a vantaggio della vegetazione vicina; un sistema quindi di “irrigazione occulta”.
In maniera meno visibile, il territorio è stato adattato alla esigenza idrica anche imitando il fenomeno naturale di impermeabilizzazione delle depressioni con sedimenti fini. Molti laghetti stagionali usati come abbeveratoi corrispondono a doline, piccole concavità della superficie, aventi il fondo parzialmente impermeabile, e non è facile stabilire quanto questa impermeabilità sia stata favorita o provocata dall’uomo.

«... l'acqua, la cosa più comune, quì la vendono; ma il pane è buono veramente, tanto che il passeggero scaltro suole farne provvista per il viaggio.»
Orazio Satire I, 5

Nella Foto: Sagoma ricavata sulla pietra di copertura di un pozzoper appoggiare il secchio appena riempito.
Si noti la scanalatura ricavata sul bordo, funzionale a far ricadere nel pozzo l'acqua eventualmente sversata dal secchio o che si accumula durante la pioggia.

 

Un'altra preziosa risorsa è costituita dall'acqua che si accumula nelle vaschette carsiche. Qui spesso si creano dei veri e propri microambienti colonizzati da alghe e piccoli animali.

ACQUA E BIODIVERSITA'

I ristagni temporanei di acqua nelle depressioni carsiche rese impermeabili dall'accumulo di sedimenti fini (chiamate nel gergo popolare "laghi"), costituiscono una preziosa risorsa per gli animali selvatici e soprattutto per gli uccelli.

Le acque stagnanti ospitano anche numerose specie di microfauna (larve di insetti, piccoli crostacei, ecc.). In alcuni luoghi, è anche possibile rinvenire il tritone italico (Triturus italicum).


larva di dittero

Il termine "lago", benchè usato impropriamente vista l'assenza di accumuli di acqua superficiali, è richiamato in molti toponimi (la foto in alto ritrae la località "lago cupo" in agro di Ruvo). Il termine fa riferimento proprio ad avvallementi a forma di conca (di solito doline) nei quali si possono verificare temporanei allagamenti.

Secondo alcuni, non è esclusa la parziale origine antropica di alcuni "laghi". Nel corso della storia, infatti, le popolazioni potrebbero aver favorito il ristagno di acqua in questi posti, trasportando terre argillose e compattandole. Venivano così garantite riserve di acqua importanti in un territorio nel quale la carenza idrica era uno degli ostacoli più grandi alle attività umane.


I "vagni" erano delle ampie cisterne aperte. Vi si facevano tuffare dentro le pecore per lavare la lana prima
della tosatura.