LE CASE COLONICHE DELLA RIFORMA AGRARIA
di Raffaele De Leo

Sono ormai componenti caratteristiche del paesaggio di alcune zone dell’Alta Murgia, ma se ne possono ritrovare esemplari analoghi anche in altre aree della Puglia – dalle pianure della Capitanata alle coste del Salento – e in altre regioni del Mezzogiorno. Si tratta delle cosiddette “case della riforma agraria”, edifici rurali risalenti agli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso e legati ad uno dei momenti più significativi della storia dell’Italia repubblicana.

Nel 1950, infatti, in risposta all’imponente mobilitazione delle masse contadine meridionali, che insorgevano contro un sistema di rapporti economici dominato dai proprietari “latifondisti” reclamando «la terra a chi la lavora», il governo a maggioranza democristiana, guidato da Alcide De Gasperi, varò un insieme di provvedimenti legislativi che, nel loro complesso, presero il nome di “riforma agraria”. Tali provvedimenti, che furono attuati in specifici comprensori prevalentemente situati nel Mezzogiorno, ebbero l’obiettivo di espropriare parte delle terre dei grandi proprietari “assenteisti” per suddividerle in “poderi” e “quote” da assegnare ai braccianti e contadini che ne facessero richiesta.

Sebbene la redistribuzione delle terre riuscì a soddisfare solo in parte le numerosissime richieste (nel comprensorio di Puglia, Lucania e Molise, ad esempio, poco meno del 30% dei richiedenti beneficiò di un’assegnazione), l’intervento pubblico nelle aree interessate si dispiegò in modo imponente e capillare: ciascun podere da assegnare veniva preliminarmente sottoposto ad un processo di trasformazione fondiaria, per la realizzazione degli ordinamenti produttivi preventivati per ciascuna zona agraria, e successivamente dotato di una casa colonica, corredata di concimaia, stalla, pollaio, porcilaia, forno, silo, talvolta con pozzo e cisterna. Altre forme di assistenza all’assegnatario insediato erano garantite dall’Ente pubblico preposto all’attuazione della riforma (denominato «Sezione Speciale per la Riforma Fondiaria in Puglia, Lucania e Molise») o dalle cooperative istituite dall’Ente e dagli stessi assegnatari: fornitura di bestiame, attrezzi agricoli, concimi, sementi e mangimi, servizi di meccanizzazione (dall’aratura alla trebbiatura), conferimento e stoccaggio dei prodotti, trasformazione dell’uva e delle olive, assistenza tecnica, ma anche servizi di trasporto, assistenza scolastica, sanitaria, religiosa e sociale. A tal fine, furono realizzati appositi “Centri di servizio”, collegati ai poderi tramite un sistema viario (prevalentemente in suolo stabilizzato), e, in aree lontane dai centri cittadini, vere e proprie “Borgate”, dotate dei servizi pubblici essenziali per la vita quotidiana dei contadini (uffici pubblici, chiesa, scuola, ambulatorio medico, caserma dei Carabinieri, spacci, circoli di ricreazione ecc.). Tra i centri di servizio ricordiamo, ad esempio, “Dolcecanto”, in agro di Gravina, mentre tra le borgate ricordiamo Montegrosso, in agro di Andria.

Nel complesso, in Puglia furono costruite fino agli anni Sessanta oltre 5.000 case, per un totale di oltre 20.000 vani, su una superficie poderale di circa 45.000 ettari. Sempre in Puglia furono oltre 60 i Centri di Servizio costruiti o riattati e 33 le Borgate completate.

Simile progetto si proponeva di favorire l’insediamento stabile dei contadini sulla terra, interrompendo una tradizione secolare fatta di lunghe e dispendiose “migrazioni” quotidiane dalla città di residenza al luogo di lavoro. Il grado di successo di tale modello di colonizzazione, tuttavia, fu differente a seconda delle sorti economiche dei poderi e della zona agraria in cui furono realizzati. In molte zone, infatti, le case furono abbandonate sia per la mancanza o insufficienza di servizi essenziali (acqua potabile, elettricità e riscaldamento non furono facilmente a disposizione di tutti gli assegnatari) e la contestuale notevole distanza dai centri abitati di provenienza, sia per la non autosufficienza economica dei poderi. Il dimensionamento e la produttività degli appezzamenti, in relazione all’area geografica di insediamento, furono fatttori decisivi nel determinare la permanenza o l’abbandono del podere da parte dell’assegnatario e della sua famiglia. Tali aspetti spiegano, ad esempio, la diversa sorte cui sono andate incontro, con il passare degli anni, le opere realizzate sull’Alta Murgia, dove case, borgate e centri furono gradualmente abbandonati per l’improduttività dei poderi, e, ad esempio, le opere realizzate sulla costiera jonica-metapontina, dove la collocazione geografica, la fertilità della terra e la remuneratività degli ordinamenti produttivi hanno determinato la stabilità nel tempo degli insediamenti: molte case coloniche sono ancora oggi utilizzate e centri come Policoro e Scanzano Jonico, nati come borghi della riforma, sono diventati veri e propri comuni.

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