Acqua, pietra e uomo:

il paesaggio dell’Agro Ruvese

Gli aspetti antropici, naturalistici, climatici e geologici sono inscindibili nel paesaggio dell’Agro Ruvese. E’ proprio dall’interazione tra tutti questi elementi che è nata la “magia” di un paesaggio nel quale si leggono ancora i segni di una civiltà mediterranea. 

La posizione strategica del centro abitato di Ruvo, determinata da scelte e necessità di tempi ormai lontanissimi, è ancor oggi evidente anche in una superficiale osservazione geografica dell’abitato e dell’agro circostante.

Ruvo è sorta sull’orlo di un rilievo calcareo che si affaccia sulla fascia costiera adriatica delle Murge, una posizione intermedia in quella imponente scalinata naturale che digrada dai rilievi più interni verso la costa. L’insediamento urbano gode di una posizione dominante verso entrambe le direzioni.

Da questo punto di osservazione, si possono notare quegli aspetti fondamentali del paesaggio che sono espressione della sintesi tra gli elementi fisici (geologia, clima, processi geomorfologici) del territorio e gli elementi culturali latu sensu (dalla distribuzione della copertura vegetale e delle colture, alle infrastrutture). Possiamo ben dire di trovarci di fronte ad un paesaggio culturale, i cui lineamenti sono stati tracciati dalla combinazione dei diversi processi interagenti, sia naturali che antropici, tra i quali questi ultimirisultano forti di una durata che è di diversi millenni.

Nel panorama verso nord, la copertura di uliveti è pressoché totale. L’ulivo costituisce una delle essenze e dei motivi di identità più importanti della cultura, del paesaggio e dell’economia ruvese. Grazie al suo apparato radicale assai sviluppato e alla struttura coriacea delle foglie, l’olivo è in grado di vegetare in un ambiente, quale quello dell’agro ruvese, dove le piogge sono scarse e le estati sono particolarmente calde ed aride. Il paesaggio eredita l’organizzazione dell’economia agricola; è costellato di edifici di differenti tipologie: dalle modestissime caseddeai grandi casali con annessi opifici e casa padronale, tra i quali è appena il caso di citare le ben note Villa Fenicia e Villa Spada.

È a sud dell’abitato che si estende la più ampia superficie del nostro agro. Dalla posizione panoramica dei terrazzini e delle torri del centro storico lo sguardo raggiunge facilmente, ancor oggi, le sommità dell’altopiano, torre Disperata, Serra Ficaia e il Castel del Monte.

Questa vasta estensione appare con aspetti paesaggistici, dati dal rilievo, dai colori delle colture, e dalla distribuzione dei manufatti, differenziati in tre zone progressivamente più distanti dal paese. Alle porte dell’abitato si apre un ampio avvallamento, il graben delle Murge Basse.

È qui che sono maggiormente concentrate, a fianco agli immancabili oliveti, quelle coltivazioni che richiedono suoli profondi e lavorabili, come vigneti e frutteti.

Qui, l’osservazione e la lavorazione dei suoli portano alla luce sabbie e resti di gusci che testimoniano un avanzamento del mare piuttosto recente nei tempi geologici. Lo spessore di questi terreni sciolti permette sia la loro facile lavorabilità, sia la presenza di falde idriche superficiali, ma non trascurabili, ricordate dai toponimi come La Pozza, le Fontane, La Rena.

Il passaggio ai rilievi calcarei sovrastanti è evidenziato, in ogni stagione, dal cambiamento della copertura vegetale e dei suoi colori. La presenza dei compatti calcari delle Murge è sottolineata dal verde argenteo del paesaggio degli uliveti, come dalla presenza pervasiva dei muretti in pietra, disposti in confini, terrazzamenti, recinzioni, specchie e casette.

Tra queste colline, e il brullo orizzonte dell’Alta Murgia, si incontra un secondo avvallamento parallelo al primo. È il graben delle Murge Alte, altra importante struttura geologica e paesaggistica che, ben oltre l’agro ruvese, marca l’intero paesaggio murgiano per decine di chilometri, da Canosa a Fasano. Analogamente al precedente, i terreni che hanno colmato la depressione sono la sede ideale per colture viticole di pregio; la combinazione di clima arido, forti insolazioni e chimismo del suolo le condizioni ideali per la maturazione di uve selezionate che sono alla base della produzione di vini di qualità. È questo il caso della contrada Le Matine.

Qui, a oltre dieci chilometri dall’abitato, l’ambiente appare, attualmente, meno antropizzato; ma sotto questo aspetto non possiamo fare a meno di correlare la possibile, saltuaria presenza di acque superficiali, anche in laghetti temporanei, con i resti di antichi piccoli insediamenti e con il percorso erboso del più grande tratturo per la transumanza delle greggi, che per secoli hanno seguito il tracciato lungo questa valle attraverso jazzi, riposi e poste.

Una ristretta fascia boschiva fa da cornice a questo paesaggio; essa sopravvive grazie alla ripidità di un versante calcareo sfavorevole ad ogni coltivazione, anzi, necessariamente rimboschito per prevenire l’erosione del suolo e l’alluvionamento dei terreni a valle.

La specie dominante è la Roverella, una pianta frugalissima, perfettamente adattata all’aridità dei nostri climi e alla natura calcarea del terreno. Ha anche la capacità di ripopolare i terreni da cui, in passato, era stata eliminata. Numerosi appezzamenti di queste contrade, appena lasciati incolti, vengono più o meno velocemente ricolonizzati da questa specie, tanto che, nella tradizione contadina, la Roverella era considerata alla stregua di una specie infestante.

Il sottobosco è ricco di specie, tra cui appare interessante la popolazione di peonia maschio (Paeonia mascula), presente ormai solo in poche e ristrette zone, dove il bosco ricopre e protegge dall’inaridimento anche i terreni profondi e umidi di fondo valle di alcune lame.

Lo strato arbustivo, anch'esso ricco di specie, è caratterizzato dalla presenza del biancospino (Crategus monogyna), della rosa canina (Rosa canina) e dell’iratro (Phyllirea spp.). Non manca, soprattutto dove il bosco è meno fitto, l’olivo selvatico (Olea europea var. oleaster) che, fino a qualche decina di anni fa, veniva usato dai contadini come portainnesto per le varietà coltivate. Quella di utilizzare arbusti selvatici per innestare varietà da frutto, era una pratica molto diffusa tra i contadini. Anche il biancospino veniva utilizzato come portainnesto dell’azeruolo (Crategus azerolus), un frutto minore, assai comune un tempo.

Immediatamente a ridosso della fascia boschiva, e quindi a monte della scarpata, si apre il paesaggio più tipicamente murgiano. Siamo ad una elevazione superiore ai 400 metri sul livello del mare. Per i suoi caratteri geografici l’Alta Murgia è assimilabile ad un’isola. Un’isola climatica, caratterizzata da accentuata ventilazione, estati secche ed inverni spesso rigidi; ma anche un’isola paesaggistica, se si pensa al contrasto col paesaggio della piana litoranea o della Fossa Bradanica.

Da chi lo visitasse per la prima volta, questo territorio può essere percepitocome un luogo brullo e inospitale. Eppure l'Alta Murgia offre un paesaggio straordinario nel quale lo sguardospazia senza confini nè ostacoli.

Dal punto di vista strettamente agronomico si tratta di pascoli, nei quali l’assetto vegetazionale (pseudosteppa mediterranea) è la sintesi naturale degli aspetti geomorfologici, climatici e, non ultimi, antropici.Si legga, come descrizione del paesaggio vegetale, quella del Pantanelli (1942):

Ad una principale vegetazione che si sveglia in Ottobre dopo la siccità estiva e raggiunge il suo massimo sviluppo in Maggio, segue una vegetazione minore che, nata inprimavera, sfida la siccità estiva, almeno nei primi mesi, e chiude il suo ciclo in agosto o settembre. Ma già nei primi mesi di Settembre germinano parecchi semi col favore dell’umidità notturna ed ai primi di Ottobre la Murgia ritorna a verdeggiare.

L’ambiente presenta livelli di biodiversità di altissimo interesse.

LaStipa austroitalica(capelli di fata) è una delle specie di maggior pregioecologico nei pascoli murgiani. È facilmente riconoscibile quando le sue spighe, nella tarda primavera, formano manti argentei che ondeggiano al vento con un effetto estetico di grande suggestione. Questa specie possiede, oltre che interesse paesaggistico, anche naturalistico - ecologico. È annoverata nella Direttiva CE 97/62, relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche .

Le vere “perle” dei pascoli murgiani sono le orchidee selvatiche, presenti in almeno una ventina di specie, oltre a numerose forme ibride. Questi fiori hanno mosso da sempre la fantasia popolare a causa delle innumerevoli ed incantevoli forme. Si ricordino, a titolo di esempio, i nomi suggestivi del fior di ragno (Ophris sphegodes), del fior di scimmia, o “ballerina” (Aceras antropophorum), del fior di bombo (Ophrys bombiflora), della Spirantes spiralis, e i profumi delicati delle Barlia e delle Serapidi (Serapias sp.), dai fiori poco appariscenti. Si tratta di specie assai evolute e grandemente adattate al clima dell’Alta Murgia, il cui ciclo riproduttivo è strettamente dipendente dall’integrità ecologica, e la cui osservazione entusiasma escursionisti appassionati.

Il rapporto economico e culturale tra l’uomo, la pietra e l’acqua

La complessa rete di interazioni che si sono instaurate tra uomo, pietra e acqua è quindi una delle chiavi di lettura più efficaci del territorio ruvese.

Un ambiente arido, nel quale le scarse acque di pioggia penetrano in profondità, senza formare né fiumi né laghi.

Eppure queste acque scolpiscono continuamente la roccia corrodendola, in superficie e nel sottosuolo. È, questo, il processo carsico, che modella un paesaggio unico. Campi carreggiati fatti da fitti allineamenti di rocce affioranti, ma anche grandi cavità scavate fino a profondità irraggiungibili, e che comunicano con la superficie attraverso le aperture degli inghiottitoi. Tali ampie cavità, le loro tenebre misteriose e impenetrabili, hanno stimolato in passato l’uomo a riporvi la presenza delle forze maligne o diaboliche partorite dalla propria fantasia. Di qui l’origine di molti toponimi, spesso legati a questo tipo di miti e leggende popolari.

La Grave (o capovento) di Scoparella è anche nota, infatti, come Grave del Demonio, nome che viene esteso anche al vicino jazzo grazie alla leggendaria apparizione del maligno ai pastori che vi soggiornavano.

L’uomo ha assecondato il clima e la morfologia di questo ambiente. Ha coltivato le lame, nelle quali si accumula il terreno trasportato in seguito all’erosione sui versanti e ha utilizzato questi come pascoli.

Poiché i suoli includono blocchi calcarei derivanti dal disfacimento della roccia madre, la coltivazione deve fare i conti con queste “pietre”, viste fin dalla preistoria come un ostacolo ma anche come risorsa. E così, fin da allora, muri di terrazzamento, di confine, recinti per animali, capanne, torri, specchie, tombe, casette rurali e trulli, sono stati costruiti trasformando il problema in una risorsa utile.

L’aspetto del territorio è così stato progressivamente segnato da chilometri e chilometri di muretti a secco, che, con gli altri edifici, gli hanno dato quei connotati distintivi per i quali Tommaso Fiore scrisse:

mi chiederai come ha fatto questa gente a scavare ed allineare tanta pietra. Io penso che la cosa avrebbe spaventato un popolo di giganti. Questa è la murgia più aspra e più sassosa; per ridurla a coltivazione facendo le terrazze… non ci voleva meno della laboriosità d’un popolo di formiche.

Ancora oggi l’aspetto di ogni muretto racconta la storia del luogo e delle tecniche costruttive; è testimonianza di una creazione congiunta da parte dell’uomo e della natura: i diversi tipi di calcare da cui provengono i blocchi gli conferiscono una sua “tessitura” tipica, variabile da zona a zona, ma dipendente anche dalla mano e dalla tecnica del costruttore, mentre forma e struttura dipendono dallo scopo della costruzione.

Quelle stesse pietre, esposte alla rigidità delle condizioni atmosferiche, sono state colonizzate e colorate dai licheni, assumendo l’aspetto che ci dà, oggi più che in passato, il senso della sua “naturalità”.

Gli jazzi, altro elemento architettonico fondamentale, prendono nome dal verbo latino iaceo (giacere). Infatti erano destinati al ricovero temporaneo delle pecore durante il lungo viaggio della transumanza. Per questo scopo venivano costruiti non distanti dai tratturi, e costituivano delle stazioni idonee a tutte le attività connesse alla pastorizia.

La posizione, generalmente in pendenza, favoriva la ventilazione e il deflusso delle acque e dei liquami. L’esposizione a sud, inoltre, garantiva il riparo dai freddi venti settentrionali. Infatti i pascoli pugliesi erano utilizzati nella stagione fredda.

Organismi autonomi della produzione agricolo-pastorale, le masserie sono presenti nel territorio ruvese con varietà di tipologie.Dalle più modeste, composte da due vani e recinti per il ricovero del bestiame, fino ai veri e propri “microinsediamenti rurali”, con stalle, depositi, cantine, forno, fienile, granai e cappella di culto.

L’acqua: una importante presenza invisibile

In tutto il sistema territoriale sommariamente descritto, l’acqua risulta l’elemento meno visibile ma più determinate. È una presenza percepibile intensamente nella biologia e nella fisicità della Murgia, ma quasi mai tangibile.Un elemento che incute addirittura timore, a volte per la sua scarsità, a volte per i suoi impetuosi eccessi. Per essa, l’uomo ha scolpito rocce per farne grondaie e canali, ha costruito cisterne, anche enormi, per accumularlain quantità sufficienti almeno ai bisogni essenziali, soprattutto durante l’arida estate.

Il rapporto problematico tra sviluppo economico e sociale, che non poteva trascurare i problemi di igiene, è stato risolto solo nel secolo passato, con la grande impresa tecnologica e costruttiva dell’Acquedotto Pugliese.

Una delle infrastrutture più importanti dell’intera Puglia, attraversa anche l’agro ruvese connettendo i suoi elementi naturali e paesaggistici più significativi, con strade bianche, ponti e casette di servizio, diventando a sua volta elemento paesaggistico.

Gli aspetti antropici, naturalistici, climatici e geologici sono inscindibili nel paesaggio dell’Agro Ruvese. E’ proprio dall’interazione tra tutti questi elementi che è nata la “magia” di un paesaggio nel quale si leggono ancora i segni di una civiltà mediterranea.

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Testi di:

Mariano Fracchiolla & Vincenzo Jurilli

Per approfondire: Ruvo e le sue risorse


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