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MURI A SECCO E BIODIVERSITA' |
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l clima che caratterizza un muro è molto variabile e in pochi metri può cambiare drasticamente. Quando il sole splende, la superficie esterna delle pietre può raggiungere temperature elevate, anche d’inverno, ma appena cala la sera il calore si disperde subito, con differenze di 15-20 gradi tra giorno e notte. L’acqua atmosferica è la sola sulla quale possono contare gli organismi che vivono sul muro. L’acqua piovana stenta a fermarsi, a meno che tra le crepe non si sia creato un sottile strato di terreno capace di ritenerla, altrimenti scivola tra le pietre. Periodi di aridità sono quindi molto frequenti e accentuati e il clima è molto simile a quello di un deserto. Le situazioni però possono essere infinite: l’orientamento della parete, la velocità del vento, la porosità della roccia e le sue asperità possono essere molto influenti. In simili condizioni non è facile vivere e gli unici a farcela, almeno nella fase iniziale, sono i cosiddetti “organismi pionieri”. I Pleurococcus altre alghe come le Diatomee da le Cianoficee, svolgono un importante compito, intaccano la superficie e la logorano lentamente. Quando le loro cellule muoiono e si decompongono, il sottile strato di suolo si arricchisce di sostanze minerali e di humus. I resti delle alghe morte favoriscono l’insediamento dei funghi, immediatamente seguiti dai licheni. La simbiosi tra alga e fungo che compone un lichene, è una delle migliori società mai realizzate. La prima sintetizza zuccheri con il processo fotosintetico, mentre il secondo fornisce minerali assorbiti dalla roccia; questo è il segreto per sopportare anche le condizioni più estreme, tranne l’inquinamento. Per questo non li vedremo mai sui muri delle nostre città. Un campione di capacità adattative è il muschio (Tortella muralis) che può rinascere miracolosamente dopo 20 settimane passate in essiccatoio. I muschi crescono a cuscinetti finti e ciò permette loro di immagazzinare grandi quantità di acqua proprio come le spugne. All’interno del cuscinetto vengono ospitati piccoli organismi come i collemboli, gli acari, le larve di insetti e nel film d’acqua che ricopre la superficie delle foglia vive invece una vera e propria fauna acquatica: protozoi, nematodi e tardigradi. Questi ultimi se l’umidità cala si riducono ad un nastrino piatto, che rimane attaccato alla roccia e possono restare in questo stato per oltre sei anni. Ma non basta, sono capaci di sopportare situazioni al confronto delle quali “una guerra nucleare è un mal di testa passeggero”. Sopravvivono ad una immersione in alcol, in un’atmosfera di sola anidride carbonica o di idrogeno puro per parecchi anni, ad una temperatura di 150 °C per 20 mesi e al vuoto assoluto. Quando queste prime presenze hanno prodotto sufficienti residui organici e la via è stata aperta, ecco arrivare le piante inferiori. La coda cavallina, si infila alla ricerca di umidità alla base del muro, nelle zone più in ombra del muro spuntano l’asplenio e il delicato capel venere. Finalmente compaiono le piante superiori, ciascuna delle quali è dotata di strategie uniche. Quelle che preferiscono lo strato superiore del muro, dove maggiore è l’insolazione, sono costrette ad allungare le loro lunghe e sottili radici tra i sassi. Altre come la cimbalaria o l’erba pignola (Sedum album), hanno foglie carnose e rotondette, per resistere alla siccità. Il frutto della cimbalaria, quando è quasi maturo, si allunga e striscia sul muro alla ricerca di una fessura, dove i semi potranno trovare terriccio ed un po’ di umidità. Per limitare la traspirazione, visto che l’acqua scarseggia, l’erba cimicina (Geranium robertianum), ha le foglie ricoperte da fitti e morbidi peli. Il loro intenso odore allontana gli animali che potrebbero cibarsene, distruggendo lo sforzo fatto per arrivare fin sul muro in un istante. L’erba murella, (Parietaria officinalis) è forse la maggiore responsabile della sgretolazione del muro. La si trova anche sui palazzi del centro cittadino e le sue radici sono capaci di intaccare anche gli intonaci più resistenti. Nel frattempo gli acari, corpo appiattito, zampe corte e robuste che permettono di aggrapparsi e di resistere al vento, si sono moltiplicati. Il tegumento di cera che li ricopre li ha protetti dai raggi del sole cocente e ora possono trovare polline a sufficienza per nutrirsi. Le chiocciole raschino le aree sulle quali crescono i licheni e così facendo arano il calcare creando altre fenditure disponibili per le piante. A questo punto, ragni, miriapodi, formiche, si dividono lo spazio disponibile e pian piano lo stato di complessità cresce: arrivano altri insetti, come la vespa dei muri (Chalicodoma muraria), che costruisce i propri nidi con impasto di saliva e terra, ricoperto dai detriti di roccia. Tutti questi organismi, diventano anche nutrimento per rettili, quali le lucertole e mammiferi come i piccoli roditori. |
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