IL CARDONCELLO

Il Cardoncello è una delle centinaia di specie di fughi che crescono nel territorio dell'Alta Murgia ma per le popolazioni locali rappresenta "il Fungo per eccellenza".

E' una specie tipicamente mediterranea, cresce da Ottobre fino ad Aprile nei pascoli delle Murge ed è molto conosciuto e apprezzato. E’ diffuso in tutta l’area mediterranea, nelle regioni meridionali e insulari, lungo le coste, Nord-Africa compreso. Cresce saprofita sui residui secchi (anche interrati) di alcune piante appartenenti alla famiglia delle Umbrelliferae: la calcatreppola campestre o cardone (Eryngium campestre), la ferula comune (Ferula communis), ed il finocchio selvatico (Foeniculum vulgare). In genere i corpi fruttiferi compaiono alla base dei fusti secchi delle piante cresciute l’anno precedente, molto interrati nel duro e compatto substrato.

La varietà più frequente è il Pleurotus eryngii o fuscus (cardoncello): di medie dimensioni, ha un cappello convesso presto piano o depresso al centro, carnoso, asciutto, squamuloso- fibrilloso, da biancastro a grigio, grigio-bruno, bruno-ocraceo, bruno-rossastro, margine a lungo involuto; lamelle fitte, molto decorrenti sul gambo, bianche poi crema grigiastre (spore bianche in massa) ; carne soda e tenace, asciutta, bianca, con odore gradevole fungino e sapore dolce; gambo sodo, robusto, eccentrico, ricurvo, cilindrico attenuato alla base, asciutto, liscio o appena fibrilloso, bianco-ocraceo, provvisto di micelio basale biancastro avvolgente pezzi di substrato. Cresce isolato o a gruppi di parecchi esemplari , sovente cespitosi, sulle radici o su altri residui interrati di cardo (Eryngium campestre o maritimum) nei prati o pascoli magri, campi o luoghi aridi e incolti, anche presso le spiagge litoranee. Nel nord della Tunisia è stato raccolto a fine Dicembre, su radici interrate di finocchio comune (Foeniculum vulgare).

Il Pleurotus eryngii var. ferulae (fungo di ferula) pur essendo molto simile al cardoncello comune, differisce per alcuni particolari. E’ di taglia decisamente maggiore (cappello fino a 25-30 cm), è più chiaro (bianco-grigiastro), il cappello, più irregolare, appare anche più squamuloso negli esemplari adulti e ovviamente cresce solo sui residui delle ferule.

Nelle regioni settentrionali cresce una varietà del carboncello comune: è il Pleurotus eryngi var. nebrodensis (fungo della mongaiola), più grigiastro sulle lamelle e più bianco sul cappello, cresce in montagna su residui di un’altra ombrellifera, il Laserpitium latifolium o siler, nei prati o pascoli, tipicamente in Trentino in località dolomitiche.

Negli ultimi tempi si è molto sviluppata la coltivazione del cardoncello: in Sicilia vengono coltivati su tronchetti di ferula dopo averli incisi e inoculati con le spore; dalle nostre parti vengono coltivati più industrialmente in capannoni su sacchi di substrato sterile inoculati con il micelio e sotterrati in terreno comune.

 

Il parlare di “fungo cardoncello” è anche e soprattutto l’occasione per parlare del “fenomeno murgiano”, nel quale l’interazione tra uomo, clima, geomorfologia e natura ci ha consegnato un “territorio complesso e colorato” che contribuisce a rafforzare l’identità culturale della nostra cittadina.

Parlare di questo delizioso fungo, inoltre, è anche il pretesto per descrivere il patrimonio naturalistico con il quale l’agricoltura in area murgiana, presente ancora in modo importante, si trova a fare i conti. Nella società attuale, il mandato conferito agli agricoltori di queste aree è cambiato: ad essi si chiede con forza di tutelare e promuovere la diversità biologica e paesaggistica, oltre che di produrre beni alimentari di qualità superiore. In sintesi, ad essi si chiede di conservare “l’identità fisica e culturale del nostro territorio”, punto di forza per vincere ogni competizione sui mercati.

Tali compiti non possono esaurirsi con la sola pratica dell’agricoltura biologica. Occorre mettere in piedi un sistema più generale che, utilizzando ed armonizzando diverse competenze tecnico-scientifiche, consenta all’agricoltore di offrire prodotti e servizi che siano coerenti con gli obbiettivi delle comunità e accettati dai mercati.

Siamo quindi di fronte ad una sfida pianificatoria e progettuale che si snoda su due perni dai quali non si può prescindere: la conservazione dell’ambiente e, nello stesso tempo, il mantenere vitale l’attività agricola che in esso si svolge.

Ci sono due modi per affrontare questa difficile sfida. Il primo approccio potrebbe essere di tipo “meccanicistico”, considerando patrimonio naturale e attività produttiva come due fattori che agiscono in modo indipendente fra loro. Al pianificatore e al legislatore spetterebbe quindi il compito di regolamentare il tutto, in modo tale da non penalizzare l’attività agricola e, nello stesso tempo, di preservare l’ambiente; in altri termini, si tratterebbe di trovare il “punto di equilibrio” fra due esigenze opposte. Benché questo approccio sia ampiamente diffuso, esso presenta dei limiti inconfutabili. Primo fra tutti, è quello di non tener presente che, sulla Murgia, i siti di interesse conservazionistico sono intimamente connessi all’attività agricola e, pertanto, inevitabilmente il territorio non è la somma algebrica di siti antropizzati e luoghi naturali. Piuttosto ci troviamo di fronte a fenomeni che si sono modificati a vicenda: l’economia agricola da un lato, le caratteristiche pedoclimatiche e biologiche dall’altro. Solo considerando il tutto come un sistema inscindibile, possiamo cogliere le “proprietà emergenti” di quest’area, cioè quei valori che riusciamo a distinguere con approcci complessi e che non cogliamo quando guardiamo, per esempio, solo alla naturalità o solo alle esigenze economiche: “la semplice somma algebrica delle caratteristiche è minore del tutto”.

Alle aziende agricole va quindi il grande compito di essere custodi del patrimonio naturale e, allo stesso tempo, di diventare le “le vie d’accesso” a questo grande scrigno di biodiversità che è l’Alta Murgia e i territori limitrofi.