Per farsi un'idea di cos'è la Murgia dal punto di vista geomorfologico, bisogna partire dagli elementi che, ad un primo sguardo, la caratterizzano o la fanno apparire diversa da altri territori: gli affioramenti di roccia calcarea e la totale assenza di acque in superficie. Corrisponde bene, in buona approssimazione, alla definizione di territorio “carsico”.
Approfondendo lo sguardo, si scorgono tra un sasso e l'altro scannellature e fori, o strani sprofondamenti circolari a forma di conca, scodella o imbuto.
Sono doline ed inghiottitoi che, insieme alle grotte, fanno parte del nostro paesaggio. Quindi la Murgia è un particolare tipo di territorio carsico, un carsismo di altipiano terrazzato, poco elevato rispetto al mare. La sua storia può avere inizio in un qualsiasi giorno di oltre cento milioni di anni fa, quando in un mare caldo e poco profondo, innumerevoli organismi marini, dalle più svariate forme, si adagiavano sul colorato fondale dopo aver concluso la loro esistenza in vita. Forse una morte apparente, però, perché il ciclo della loro esistenza è andato ben oltre la loro brevissima vita: essi, infatti, hanno contribuito a formare un’enorme serie stratigrafica di rocce carbonatiche estesa più o meno un milione di chilometri quadrati e spessa migliaia di metri.
Gli strati di questo enorme "cimitero" si sono poi trasformati in roccia man mano che venivano sepolti e compressi da strati successivi, grazie a trasformazioni per soluzione e deposizione dei sali carbonatici che ne costituivano il guscio.
In determinati periodi della storia geologica, un “soffio vitale” di energia ha fatto emergere i fondali e le loro rocce al di sopra della superficie marina, ma questo dettaglio appare significativo solo dal punto di vista dell’uomo, animale terricolo.
Tensioni, urti e scorrimenti che hanno innalzato - o ribassato - in più riprese la crosta pugliese derivano da forze originatesi in profondità, e legate a fenomeni interni al nostro pianeta che, in definitiva, muovono le placche continentali portandole in taluni casi a collidere in scontri titanici e lentissimi, come quello tra Africa ed Europa; in questa collisione si svolge la nostra esistenza, troppo breve per percepire l’evento, ad eccezione delle occasionali scosse di terremoto.
Una parte delle rocce originarie costituisce alcuni tratti dell'Appennino e soprattutto quei blocchi, allungati parallelamente ad esso, che corrispondono con buona approssimazione al Gargano, alle Murge e al Salento.
Essi, separati tra loro da depressioni come il Tavoliere e la piana brindisina, rappresentano dei “pilastri tettonici" (o anche Horst), blocchi innalzati dai fenomeni deformativi della tettonica, di contro le depressioni nascondono altri blocchi delle stesse rocce calcaree, traslati in basso di centinaia o anche migliaia di metri.
La configurazione a blocchi reciprocamente traslati nel senso verticale, visibile in grande scala, si ripete anche nelle osservazioni a scale inferiori, ad esempio nell’ambito della stessa Murgia, o Salento, o Gargano; la parte sommitale della prima corrisponde al blocco maggiormente sollevato, quello che chiamiamo "l'Alta Murgia".
Questa parte del rilievo ha forma di quadrilatero, con un versante digradante a NE verso la costa adriatica, un altro a SW verso la Fossa Bradanica e i rilievi della Basilicata, quindi un altro margine ben evidente coincidente con la valle dell’Ofanto a NW e uno che sfuma, meno evidente, verso le urge di Santeramo.
Non è dunque, l’Alta Murgia, in posizione centrale nell’altopiano murgiano, poiché le aree più elevate sono poste proprio in adiacenza al margine bradanico e a quello ofantino, affacciandosi sulle zone sottoposte con salti di 100-200 metri di altezza, mentre il passaggio alla costa avviene per piccoli salti e scarpate alte poche decine di metri.
Tale conformazione a gradini è dovuta, anch’essa, all’azione delle forze che hanno provocato l'emersione dal mare e le successive, e ripetute, oscillazioni del livello relativo tra quello e la terra emersa.
Il comportamento rigido delle rocce calcaree soggette a deformazione si riflette nelle fratturazioni e piegamenti visibili degli strati di roccia.
Le fratture più importanti, dette faglie, subiscono anche uno scorrimento relativo degli strati contigui, determinando il sollevamento relativo degli ampi gradoni che scendono verso il mare e delle brusche scarpate che segnano il confine della Murgia sul lato sud-occidentale.
È proprio questa fitta rete di fratture, variabili per intensità da zona a zona, che ha potuto permettere, sin dai primi momenti dell'emersione, l'ingresso dell'acqua al di sotto della superficie. È qui che ha avuto inizio l'intensa opera scultorea dell’acqua; là dove questa, resa un po’ acida da composti organici e gas in essa disciolti, viene a contatto con la roccia calcarea, si innescano processi chimici che lentamente disciolgono la roccia. È questa un’azione di corrosione che dà origine ad una fitta rete di cavità sotterranee dei più svariati tipi e dimensioni: gallerie, condotte, pozzi e saloni, che vanno da dimensioni centimetriche a decine di metri.
Nei vuoti già formati, poi, l'acqua di stillicidio proveniente dalle fratture minori, può ridepositare il calcare disciolto in essa, sotto certe condizioni chimico-fisiche, determinando la creazione di una varietà di forme cristalline di concrezioni, fra cui le più note sono le stalattiti e le stalagmiti. Uno spettacolo che avviene nel buio più assoluto.
Il viaggio dell'acqua e la sua azione distruttivo-creativa prosegue in profondità fino a raggiungere dei limiti naturali: l'acqua marina nel nostro caso, che fa ingresso nella stratificazione rocciosa dal fondale, infiltrandosi in giunti di strato e fratture anche sotto le terre emerse.
L'acqua dolce che si poggia su quella salata, costituisce la falda acquifera freatica. Un vero e proprio tesoro, una risorsa molto importante che dovrebbe essere tenuta sotto stretto controllo.
Questo, un aspetto importantissimo, è quanto della Murgia non si vede, ciò che nemmeno si immagina ma che comunque c’è. Quello che invece si vede (o si dovrebbe vedere) in superficie, sono i segni dell'ingresso dell'acqua nei sistemi interni di un territorio carsico. La pendenza quasi irrilevante, se non nei pressi dei piani di faglia, non permette uno scorrimento veloce dell'acqua in superficie, favorendone l'ingresso nella fessurazione, permettendo di creare vie preferenziali iniziando a penetrare all'interno degli strati calcarei.
Si determinano così tutta una serie di forme idrografiche superficiali diverse da quelle che si sarebbero avute con uno scorrimento totale dell'acqua in superficie. Il terreno è trasportato dall'acqua invadendo le vie di scorrimento sotterranee, intasando a tratti quelle più strette, e scorrendo nelle cavità più larghe. Ne risulta una superficie di rocce affioranti, anche in zone a pendenza nulla e praticamente nullo deflusso superficiale.
I bacini idrografici sono le aree di raccolta delle piogge, concave e solcate dall’erosione; nella parte sommitale della Murgia essi sono prevalentemente “chiusi”, come ampie depressioni, molto più estese che profonde, in cui tutta l'acqua di precipitazione è assorbita in cavità interne attraverso inghiottitoi e voragini. Bacini più piccoli ed evidenti, per le forme “a scodella” o “a piatto” sono le numerosissime doline che hanno diametri da qualche metro a qualche centinaio: le piùgrandi sono chiamate “pulo” o “gurgo”. Esse dovrebbero avere almeno un inghiottitoio sul fondo, non sempre visibile.
Si notano in molti luoghi piccole valli “cieche”, che finiscono in corrispondenza di un punto assorbente, oltre a numerose microforme di dissoluzione presenti sugli affioramenti rocciosi. Un territorio del tutto particolare, caratteristico e forse unico, che assomiglia solo al Carso triestino-istriano, più che alle aree carsiche di montagna distribuite nei vicini Appennini.
La Murgia è, dunque, oltre che un luogo geografico e storico, un importante sistema territoriale che costituisce il bacino di raccolta per quell’acqua che sembra perdersi nel nulla e che invece va ad alimentare il grande serbatoio naturale della falda carsica. A cura del Gruppo Speleologico Ruvese |