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Il 1806 segna l’abolizione della feudalità e la soppressione della Dogana. Si avvia così un processo di privatizzazione dei Demani i quali vengono assegnati, in libera proprietà, parte ai feudatari e parte ai Comuni. La parte spettante a questi ultimi venne ripartita in quote ai contadini previo la corresponsione di un canone. La gestione centralizzata delle risorse imposta dalla Dogana viene definitivamente smantellata, dando spazio ad un’organizzazione più liberale di utilizzo della terra, la quale si sposta più verso l’agricoltura che verso l’allevamento. Dai campi aperti destinati a pascolo, si passa ad un sistema fortemente parcellizzato, delineato da quella rete di muri a secco in gran parte ancora presente. In questi territori quotizzati si afferma l’olivo, la vite e il mandorlo, colture che garantivano un reddito maggiore per unità di superficie, al contrario di quello che accadeva per le specie erbacee. L’agricoltura avanza inevitabilmente a discapito dei pascoli e soprattutto dei boschi, nei quali si trova terra fertile e non sfruttata. Nel 1857, nella sua opera “Ruvo di Magna Grecia” , nel lodare l’operosità dei concittadini, Salvatore Fenicia scrive “Gran parte delle terre ammantate di selva di quercia di rovere dumo e dell’indigeno lentisco, cui Virgilio nomina vimin ruvese, sta ridotta a vistosa coltura, dove dissodata per semina, dove decora di fruttifere piante, dove coperta di vigna, dove con zappa discavata per orti.” Numerose altre fonti bibliografiche citate da Amico (op.cit.)testimoniano il velocissimo disboscamento che, raggiunto l’apice intorno alla metà del’800, porterà in un secolo al disboscamento e dissodamento di circa il 90% della superficie. Ma il tentativo di riconversione agraria del territorio murgiano è sostanzialmente destinato a fallire. Soprattutto perché i veri beneficiari della privatizzazione dei terreni feudali diventano non tanto le classi contadine, quanto la Borghesia succeduta ai feudatari. Nelle mani di costoro si concentra, infatti, molta proprietà terriera. Gran parte dei piccoli assegnatari, ridotti allo stremo anche per bassa produttività delle terre, perdono persino le loro piccole proprietà. Le immense proprietà terriere vengono ora gestite in forma estensiva. Questo processo continua pressoché costanteanche durante il ‘900, nel quale si rafforza l’interesse per lo sfruttamento agricolo delle aree pedemurgiane, molte delle quali continuano ad essere disboscate e bonificate ad opera di una classe emergente di piccoli proprietari terrieri oltre che per spinta dello Stato durante il ventennio fascista. Ma nessuno sforzo concreto si registra per le zone più interne, spinte sempre più verso la marginalità. Un pallido tentativo di rivitalizzare l’economia agricola di quest’area è costituito dalla riforma agraria degli anni ’50. Sulla Murgia essa è tuttavia destinata a fallire per motivi dovuti all’inappropriata estensione e qualità di terra assegnata ai coloni, alla quale non segue neanche una efficace infrastrutturazione dei luoghi. Queste aree sono inoltre ormai completamente naturalizzate; vi si ritrova perloppiù l'associazione floristica tipica delle garighe. Tale fenomeno di rinaturalizzazione potrebbe rappresentare un importante caso di studio che potrebbe fornire informazioni sulla dinamica dell'evoluzione floristica ipotizzabile per i terreni spietrati e di recente abbandonati. |
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Localizzazione dei più evidenti resti delle quotizzazioni ottocentesche (elaborazione: Alessia De Palma) |
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Più di recente, a partire dal 2003, la nuova PAC persegue un modello di agricoltura sostanzialmente più ampio: “Promuovere un'agricoltura sostenibile e orientata al mercato, spostando il fulcro del sostegno dal prodotto al produttore, attraverso l'introduzione di un sistema di aiuti diretti disaccoppiati per azienda, basati su riferimenti storici e subordinati al rispetto di norme ambientali, in materia di benessere degli animali e di qualità alimentare” (Fonte. Commissione Europea). Detto in altri termini, gli aiuti comunitari non sono più legati al numero di ettari coltivati, ma vengono erogati all’azienda indipendentemente dal fatto che essa coltivi i terreni o meno. Tuttavia, l’agricoltore è soggetto ad un profondo vincolo che è quello della “condizionalità ambientale” il quale gli impone di mantenere i luoghi i buono stato di conservazione agro-ecologico. Tutto questo, unito al crollo del prezzo dei cereali e dell’aumento dei costi di coltivazione, ha causato una forte riduzione delle aree seminate, con relativo abbandono dei terreni meno produttivi. Tali terreni si trovano in una situazione ecologica di transizione e pongono anche interessanti interrogativi sulla loro sorte produttiva ed ecologica. E’ presumibile che molti di questi possano essere sottoposti ad un fenomeno di “cicatrizzazione” con le steppe circostanti e possano costituire una preziosa risorsa pabulare. Uno studio preliminare condotto da Fracchiolla & Tedone (2006), suggerisce che livelli di biodiversità vegetale, descritti dall’Indice di Shannon, sono crescenti all’aumentare del tempo di abbandono dei campi; a questo corrisponde anche un incremento del livello di equilibrio tra la diffusione delle diverse specie (Indice Pielou). Tali dati potrebbero essere spiegati dalla tendenza, da parte della flora tipica dei pascoli naturali, a “cicatrizzare” gli spazi lasciati liberi dalle colture. Resta da capire se tale fenomeno degrada verso comunità fitosociologiche diverse o se si può innescare un processo di reversibilità e, in quest’ultimo caso, quanto veloce esso possa essere. |