Vincenzo Mele - Fotografo

Vincenzo Mele, nato e residente a Santeramo in Colle. Dopo aver maturato diverse esperienze professionali a Torino e Milano, spaziando dalla fotografia tecnico-scientifica alla foto creativo-pubblicitaria, sono tornato al paese di origine per intraprendere la professione in un mercato completamente diverso da quello di formazione professionale ed etica. Non senza difficoltà coltivo ancora la mia idea di fotografia come rappresentazione dei segni dell’ uomo, che mal si adatta alla diffusa concezione della fotografia quasi esclusivamente legata al servizio di matrimonio “glamour”. Quanto riduttiva è questa idea della fotografia! Ma quanta fatica tenere testa a visioni così limitate della vita stessa. Mi conforta una impressione di crescita di interessi diversi legati al territorio e alla cultura dello stesso.

 

I QUITE (LE QUOTE)

La fredda cronaca ci notifica che la zona delle Quite ( traduzione dialettale per quote ) è frutto della quotizzazione del demanio pubblico risalente alla fine del XIX secolo. Le quotizzazioni dei demani comunali hanno interessato molti comuni della Murgia Sud-est: benché la legge risalisse al settembre 1806 e prevedesse la distribuzione di terre per i singoli cittadini più bisognosi o nullatenenti in maniera da creare una classe di piccoli proprietari terrieri per ridurre le disparità socio-economiche, essa fu disattesa per oltre un secolo per la opposizione dei pochi grandi proprietari ed ex-feudatari che si erano impunemente impossessati dei campi aperti del demanio pubblico. Questo ovviamente generò aspre contrapposizioni fra le classi della ricca borghesia terriera e nobili ex-feudatari opposti al popolo affamato non sempre supportato dalle amministrazioni comunali che per costituzione dovevano rivendicare a sé le terre illegittimamente annesse alle proprietà private.

Invece quello che ci racconta il territorio è una storia di dolore e di fatica. Dolore perché dopo tanto lottare, i cittadini di questa zona ottennero le terre più brulle e inospitali, terreni pieni di sassi non adatti alla coltivazione per la loro stessa conformazione geologica. I segni dell’uomo ci raccontano il lavoro immane per strappare un po’ di terra fertile al fondo pietroso (e non il contrario), il riutilizzo delle pietre a fini di edificazione di muretti a secco per delimitare le proprietà, per costruire strade carrabili ed anche “i pagghiari e le casedde”, modesti ricoveri di fortuna e depositi attrezzi. I pochi alberi sempre piantati accostati ai pagghiari ci dicono del tentativo di creare una zona di frescura in un ambiente altrimenti inospitale; così come tutti i tentativi di raccogliere e conservare la poca acqua che questi terreni riescono a tenere.

La descrizione più calzante è stata data da Tommaso Fiore già nel 1925 nelle lettere indirizzate a Piero Gobettie raccolte nel libro “ Un popolo di formiche”: “ Mi chiederai come ha fatto questa gente a scavare e allineare tanta pietra. Io penso che la cosa avrebbe spaventato un popolo di giganti. Questa è la murgia più aspra e più sassosa; per ridurla a coltivazione non ci voleva meno della laboriosità di un popolo di formiche.”.

 

Foto: Vincenzo Mele. Non è possibile l'utilizzo senza l'autorizzazione dell'Autore (vincenzomelefotografo@virgilio.it)